Serie TV

Sherlock – Stagione 4

Credo sia necessario iniziare con un disclaimer. Non trovo di nulla di male nel fatto che alla maggioranza del pubblico questa puntata, o questa stagione nel complesso, sia piaciuta. Personalmente, ammetto che la stagione non mi abbia entusiasmato e che l’ultima puntata mi abbia lasciato più irritazione che amore per la serie; tuttavia, non posso negare la difficoltà nell’affrontare un’impresa quale quella di creare un prodotto televisivo per un pubblico così ampio, e ritengo indubbie le capacità di scrittura di Moffat e Gatiss e la bravura del cast. Per quanto possiamo lamentarci di Moffat come scrittore, si tratta comunque di uno degli sceneggiatori televisivi più influenti e bravi in circolazione: piaccia o non piaccia, tutti abbiamo almeno un episodio scritto da lui che portiamo nel cuore. Io stessa ne ricordo più di uno, sia in Sherlock che in Doctor Who. Per questo motivo, conoscendo l’autore e apprezzandone la scrittura (lascio ad altri il giudizio sulle sue qualità come uomo), sono sempre almeno incuriosita dalle sue storie. Che ormai debba sforzarmi per proseguire con i nuovi episodi scritti o prodotti da lui è qualcosa che non mi sarei aspettata fino a poco tempo fa.

Ma torniamo alla serie.

Già in The Six Thatchers molti erano rimasti con un accenno di delusione, principalmente per la scelta di “uccidere” Mary poco dopo aver creato in lei un personaggio eccellente, più originale che ispirato al canone dei romanzi. Per fiducia, abbiamo proseguito nella visione dell’episodio successivo, anche se già i primi giochi di parole (ammoamolove) e i primi misteri da risolvere (la fantomatica “English lady”) avevano anticipato come la stagione si sarebbe potuta sviluppare.

The Lying Detective: secondo episodio, tanti nuovi elementi, un mistero con cattivone da scovare e mettere in manette e un espediente che fa riavvicinare i protagonisti. Non è perfetto, ma funziona. Quello che non funziona è far comparire dal nulla Eurus, quando non ci era stato lasciato alcun indizio su chi fosse. L’indizio è un elemento che, collegato ad altri, porta alla soluzione di un enigma. Elementi buttati a caso, senza che vi sia la possibilità per lo spettatore di collegarli, non sono indizi. Mi si potrebbe contestare la validità di questa affermazione riportando alla mente che l’incapacità del pubblico di risolvere i casi prima che Sherlock sveli alcuni indizi, che egli stesso aveva tenuto nascosti perché parte del suo ragionamento interiorizzato, è qualcosa che già avveniva nei romanzi. Giusto, ma nei libri di Conan Doyle il punto di vista è di Watson che, per quanto intelligente, non ha l’acume e la capacità di osservazione di Sherlock e, perciò, molto spesso tralascia nella sua narrazione aspetti che per Holmes sarebbero risultati sufficienti di per sé a risolvere il caso. Nella prima stagione era stato mantenuto questo espediente, dal momento che tutto continuava a essere visto attraverso gli occhi di John Watson. In queste ultime due stagioni, invece, il punto di vista è cambiato e molto spesso ci troviamo a seguire Sherlock nella sua indagine anche in assenza di Watson. Ed è qui che le cose si sono complicate per gli sceneggiatori.

Con un narratore parziale venuto meno, funzionale affinché Sherlock renda espliciti al pubblico i suoi ragionamenti sin dall’inizio, gli sceneggiatori si sono ritrovati costretti a inserire degli elementi irrilevanti per sviare l’attenzione degli spettatori. Si spiegano dunque i costanti richiami a Moriarty e i giochi di parole divertenti ma non proprio intelligenti: si vuole distogliere l’attenzione del pubblico da ciò su cui ci si dovrebbe soffermare per risolvere il caso e, in mancanza di John Watson, si opta per drogare Sherlock e renderlo dunque a sua volta un narratore inaffidabile. Non sappiamo cosa sia reale o cosa immaginario, ma in questo caso ciò non dipende da un gioco geniale, quanto dalla semplice scelta di menomare le capacità deduttive del protagonista, in modo che non sia più in grado di vedere nulla logicamente e gli indizi gli sfuggano sotto il naso (esemplare che Sherlock esamini Eurus la prima volta in cui si presenta da lui sotto mentite spoglie e non trovi nella sua apparenza nulla che possa fargli indovinare chi sia in realtà). In questo senso si spiega anche l’insensato flirt tra Eurus e John, utile solo a suscitare sensi di colpa in John senza introdurre un nuovo personaggio e a distogliere ancora una volta l’attenzione del pubblico dal caso. Se infatti posso giustificare la sua serata misteri e patatine con Sherlock, non c’è altro motivo per cui Eurus avrebbe dovuto avvicinarsi a John in quel modo, dal momento che già avrebbe potuto diventare la sua psicologa e quindi entrare agevolmente ancora più a fondo nella sua psiche.

The Lying Detective si conclude con un cliff-hanger e una pistola puntata alla testa di John. Come nei migliori episodi à la Moffat, prima che si risolva il cliffhanger devono trascorrere cinque minuti o più della puntata succesiva, durante i quali ci è presentato un nuovo personaggio e sono introdotte ulteriori sottotrame, in questo caso la relazione tra Mycroft ed Eurus e un disastro aereo. Entrambe le sottotrame si ricongiungeranno e risolveranno alla fine, come sempre accade.

Purtroppo questo episodio prende i più grossolani difetti delle sceneggiature di Moffat e li porta all’ennesima potenza. Così i personaggi dichiarati morti più di una volta ritornano in vita per semplice sconvolgimento del pubblico (mi sto scervellando per cercare di capire a cosa sia servito rimettere in mezzo Moriarty), le trame usate in stagioni precedenti e lì lasciate in sospeso vengono riprese in mano e complicate ulteriormente prima che sia loro data una soluzione solo in apparenza geniale (Redbeard, Sherrinford e il terzo “fratello”), altre sottotrame sono introdotte a mezz’ora dalla fine (Victor,  primo migliore amico di Sherlock). Alla fine, ciò che rimane è una gran confusione. Non sono neanche buchi di trama quelli di cui si parla qui, perché quelli si hanno, per esempio, quando Sherlock intuisce qualcosa senza che indizi sensoriali l’avrebbero potuto portare a quella soluzione e rivela di aver risolto il caso grazie a una ricerca su Google. Si parla di costruzione forzata, della convinzione che sia più soddisfacente e intelligente chiudere tutte le sottotrame con lo stesso irragionevole espediente, adottato solo perché di certo il pubblico non se lo sarebbe aspettato.

Una situazione così inutilmente complicata non può che diventare ridicola. In The Empty Hearse Moffat e Gatiss avevano fatto della facile ironia sulle teorie sconclusionate dei fan. Dopo The Final problem, mi domando se in effetti le teorie dei due sceneggiatori non si siano rivelate ancor più irragionevoli; ma, dal momento che provengono dal genio degli showrunner e perciò rientrano nel canone della serie tv, non ci si può azzardare a definirle sconclusionate, e vanno piuttosto riconosciute come originalissime e geniali.

Purtroppo questa arroganza palese che traspare dalle loro sceneggiature, questo voler guardare il pubblico dall’alto, a cui diamo noi stessi concessione perché ci piace essere stupiti, diventa ingombrante e va a discapito della verosimiglianza della trama. E allora le soluzioni astruse diventano ridicole, mentre nei finali si tende al sentimentalismo per riportare il pubblico dalla propria parte. Mi chiedo quanti durante la puntata non abbiano ipotizzato fin dall’inizio che Eurus avesse sotto controllo Sherrinford, quanti che la bambina sull’aereo fosse quella stessa Eurus, quanti che Redbeard fosse in realtà un bambino dal momento in cui John trova il primo osso nel pozzo. Spesso mi è capitato di indovinare dove la storia volesse andare a parare sin dall’inizio degli episodi e di non rimanere stupita, ma comunque di divertirmi per gli intrecci di trama e le scelte stilistiche. In questo caso, non avevo idea di come gli sceneggiatori avrebbero risolto il mistero, ma per istinto nel corso dell’episodio ho iniziato a immaginare le soluzioni meno plausibili e più ridicole agli enigmi presentati di volta in volta. Ci ho preso sempre. Ed è stato quando Sherlock ha scoperto di aver dimenticato un amico d’infanzia che, da persona priva di sentimenti qual sono, ho iniziato a ridere e la sospensione dell’incredulità è andata a farsi benedire.

Sherlock ha sempre costruito grandi aspettative per il suo pubblico, ma da punto di forza ciò si è trasformato in breve tempo in punto debole. Sinceramente, non so se una nuova stagione si farà mai e in ogni caso dubito che la vedrei. Di certo, non ne sento la necessità e non la attenderò minimamente e, qualora dovessi avvertire la mancanza di Sherlock e John, andrei a ripescare il DVD di A Study In Pink.

Chiudo dicendo la mia anche su un’altra questione che emerge periodicamente, ma che è diventata pressante in quest’ultima stagione. Sherlock è una fanfiction. Sebbene sia scritta da professionisti, rimane un lavoro di fantasia e reinterpretazione dell’opera di Conan Doyle, che perciò piega il canone alle proprie esigenze di trama distanziandosi nettamente dallo stesso. Anche per questo motivo il fandom è una parte fondamentale del successo di Sherlock e la serie gli deve oggettivamente molto, ma una serie televisiva non è il suo fandom e gli sceneggiatori non sono rappresentanti della volontà del pubblico. Perciò, fissarsi sulla caratterizzazione di determinati personaggi non ha senso quando questa non è autocontraddittoria, mentre criticare la serie perché la trama o le relazioni non sono quelle su cui noi del pubblico abbiamo scritto fanfiction è irrilevante. Che si voglia immaginare scenari in cui John e Sherlock sono innamorati e sposati è lecito e divertente. Lo fanno in tanti e nulla impedisce di continuare a scriverne e discuterne. Che, però, si voglia ritenere la serie priva di valore dimenticandosi dei suoi meriti oggettivi è inutile e deleterio.

 

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