Period Drama · Serie TV

Victoria (ITV)

Ora che siamo certi la miniserie sulla regina Victoria, andata in onda nelle scorse settimane sul canale inglese ITV, continuerà con una seconda stagione, è chiaro che gli articoli che ne sottolineano le imperfezioni e imprecisioni aumenteranno. Giusto e coerente giudicare con criticità un prodotto che è stato ampiamente apprezzato dal pubblico e che tratta di un personaggio iconico e vicino al pubblico inglese; è ovvio anche che alcuni non abbiano gradito che Victoria abbia puntato sul dramma romantico e abbia ridotto le questioni politiche affrontate, scegliendo di approfondirle solo quando funzionali a procedere con la vita privata della sovrana. Allo stesso tempo, però, negare che come serie televisiva abbia valore, anche solo come prodotto di mero intrattenimento, è abbastanza irragionevole.

Non bisogna dimenticare che ogni opera va inserita in un genere e che lo stesso canale ITV sul proprio sito la associa agli altri period drama e soap che ha trasmesso; evidente, dunque, che per quanto la trama possa essere stata costruita partendo da documenti ufficiali e non (la maggiore fonte di ispirazione sono stati i diari della regina stessa), l’intento non era di costruire un dramma politico, ma di presentare la sovrana attraverso un punto di vista già di per sé soggettivo. Potremmo non apprezzare che sia stato lasciato ampio spazio alla percezione che gli sceneggiatori hanno immaginato Victoria avesse della propria vita, ma non si può negare che, una volta fatta una scelta, la sceneggiatura si sia sempre mostrata coerente. Allo stesso modo, il pubblico potrà essersi diviso su chi avrebbe voluto al fianco della regina, ma il fatto che a entrambe le alternative sia stato dato spazio sufficiente per risultare attrattive e che la storia ci abbia coinvolti tanto da tornarci su settimana dopo settimana significa che in qualcosa la serie è riuscita.

Della vita di Victoria è raccontato quasi ogni momento delle sue giornate e, se questo è un modo per mantenere il pubblico interessato all’episodio successivo perché in tal modo sa cosa aspettarsi, non si presta al binge-watching, perché le atmosfere casalinghe e le liti quotidiane possono risultare tediose. In tutto ciò, però, non ho mai avuto l’impressione che la serie si prendesse troppo sul serio, e la scelta di presentare una versione della storia edulcorata al punto da essere quasi imbarazzante in alcuni momenti dimostra che non sia mai stato questo l’intento degli sceneggiatori. L’idea era quella di ricostruire la vita personale e pubblica della (ora seconda) più longeva sovrana d’Inghilterra, in maniera tale da far empatizzare lo spettatore moderno con la sua storia.

Una delle critiche rivolte alla serie riguarda l’accelerazione nella storia d’amore tra Victoria e Albert. In realtà, è necessaria per mostrare quanto improvviso sia stato il loro innamoramento e per giustificare lo spaesamento che Victoria stessa ha provato nel vedere la propria vita sconvolta. A occhi moderni e cinici, probabilmente, la ricostruzione che ne aveva fatto Julian Fellowes in The Young Victoria è preferibile: lì Fellowes giocava con le scene e i ritmi e lo spettatore aveva l’impressione che la storia si stesse svolgendo in un tempo molto lungo. Tutta un’apparenza, perché nel film sono raccontati esattamente gli stessi eventi della miniserie, ma la sceneggiatura fa apparire i tempi più dilatati e quindi ci cala con maggiore cautela nella trama. L’approccio della miniserie è opposto, non c’è mai una variazione nel ritmo della narrazione e tutto si svolge in maniera tanto lineare da risultare quasi banale. Non c’è la furbizia che presentava il film, non c’è la volontà di dare spazio agli antagonisti, ma piuttosto quella di mostrare i personaggi principali, mentre i pochi veri rivali politici sono fatti fuori nei primi episodi. Uno sguardo al mondo sicuramente più ingenuo, ma coerente con il tipo di storia che si vuole raccontare. Non è della regina che si parla, ma di Victoria: della ragazzina dietro la principessa, della donna dietro la sovrana. Se ciò si traduce in una molteplicità di scene da cui Victoria non esce benissimo per quella puerilità e innocenza che non sembra mai pienamente abbandonare, non va dimenticato che si tratta comunque di una persona che ha vissuto rinchiusa per anni e che è entrata in contatto con la realtà soltanto una volta divenuta regina. Si spiega allora la scelta di rendere Lord Melbourne così vicino a Victoria, di scegliere un attore famoso e forse troppo bello per interpretarlo, perché si mostri come una guida in questa nuova vita a cui l’inesperta Victoria non è pronta. Allo stesso tempo, si spiega il motivo di introdurre Albert dal nulla e di far retrocedere Lord M mentre l’altro guadagna posizioni nel cuore di Victoria; è un espediente poco originale, ma arriva al pubblico con successo. Non deve stupire che, per quanto il loro rapporto sia relativamente moderno, sia spesso mostrata da un lato l’insoddisfazione di Albert nell’essere nient’altro che principe consorte, e dall’altro la costante pressione su Victoria per produrre un erede. A mio parere, queste sono state scelte obbligate degli sceneggiatori, perché chiunque al posto dei personaggi, con la loro storia e con le aspettative che gravano sulle loro spalle, avrebbe provato quegli stessi conflitti interiori. Nel finale, Albert pare vincere su Victoria e potremmo avere l’impressione che la storia abbia assunto un andamento antifemminista perché il principe da consorte diventa quasi reggente e Victoria partorisce la prima dei suoi nove figli; questa non è altro che, appunto, un’impressione. Non è la storia a dirlo; mettere in mezzo la storia per giustificare ogni evento è inutile, perché in un adattamento l’importante non è l’evento storico in sé, ma come si sceglie di raccontarlo. Quello che si racconta in Victoria è un matrimonio tra due persone con estrema forza e intelligenza, che gradatamente imparano a cosa è destinata la loro vita e a cosa sono tenuti a rinunciare per il ruolo che ricoprono nella società.

Non prendiamoci in giro: il period drama riesce ancora ad attirare spettatori perché è un genere caro al suo pubblico. Sappiamo esattamente cosa aspettarci già a partire dai titoli di testa della prima puntata e rimaniamo delusi se la narrazione non ci regala ciò che attendevamo. Questo carattere, però, non è una peculiarità dei period drama; piuttosto è qualcosa che accomuna ogni genere letterario, televisivo o cinematografico. Giudicare un period drama perché manca di violenza grafica, o perché non ha sprizzi di originalità, o anche perché ripropone le stesse relazioni interpersonali tra personaggi che ricalcano ruoli stigmatizzati è privo di logica. Come non ci sogneremmo di criticare un’opera di fantascienza per scarsa originalità se è ambientata su un’astronave in cui l’equipaggio è costituito da alieni e umani che riescono a superare le differenze razziali e convivono pacificamente fino a salvare un qualche pianeta da una catastrofe, allo stesso modo non ha senso criticare aspramente un dramma in costume perché è per metà costituito da pranzi, corteggiamenti e passeggiate nel bosco e perché ha una protagonista femminile che si trova costretta a sposare colui che diventerà l’amore della sua vita. Quando i canoni del genere sono buttati lì senza cura né approfondimento, e gli aspetti tecnici e formali dell’opera lasciano a desiderare, allora è giusto evidenziarlo; ma quando la sceneggiatura è decente, le interpretazioni sono convincenti e la ricostruzione storica pare sufficientemente accurata, sarebbe meglio vedere le cose in una diversa prospettiva.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...