Francesi · Romanzi

David Golder – Irène Némirovsky

(letto nella traduzione di Margherita Belardetti)

 

«Nel mio caso, che cosa resta? Il denaro? No, non ne vale la pena… Forse, se uno potesse portarselo sottoterra…»

 

Ogni romanzo di Irène Némirovsky è una testimonianza di quanto la sua narrazione non possa prescindere dall’inserimento di personaggi maligni, o semplicemente antipatici; data la tendenza dell’autrice a trarre dalla realtà gli elementi delle sue opere, possiamo immaginare che si tratti di una riproposizione di figure da cui si trovava quotidianamente circondata. In Jezabel aveva fatto lo stesso, decostruendo la sua protagonista femminile umana e contraddittoria nel corso del romanzo fino a renderla personificazione dello squallore emotivo e dell’egocentrismo che riteneva tratti preminenti della società a lei contemporanea. Alla fine della sua vita e carriera letteraria, il suo stile si era evoluto finché in Suite Française, la sua ultima opera, aveva dimostrato di essere aperta a una percezione della vita umana in chiave più positiva, ma non meno brutalmente onesta. I tanti personaggi che popolano Tempesta in giugno e Dolce, le uniche due parti della pentalogia che ci sono giunte, sono l’uno diverso dall’altro. Rappresentano un’umanità vera e riconoscibile, violenta e odiosa. Tuttavia, lì l’odiosità non raggiunge mai i livelli di David Golder, dove nessuno si salva e le tre figure principali sono tra le più squallide che si possano immaginare.

Golder parte come il cattivo della situazione, l’imprenditore freddo e senza scrupoli, sensibile a nulla tranne che al denaro e inconsapevole della propria mortalità . Quando improvvisamente assume questa consapevolezza, assistiamo al suo tracollo e a una discesa verso l’abisso umana, vera e, per questo, non meno imbarazzante e fastidiosa. La Némirovsky non ha interesse a suscitare la nostra compassione. Il rapporto con la moglie e l’amore liminarmente incestuoso per la figlia contribuiscono a renderlo ancora più odioso. E arriviamo infine a pensare che tutto sommato non sia affatto cambiato, che quell’egoismo profondo non si sia spento, ma abbia solo trovato un differente modo di esprimersi, e che davvero non ci sia scampo per quest’uomo.

Il romanzo si chiude senza che si apra uno spiraglio per il genere umano. E’ fortissima l’autocritica dell’autrice alla sua stessa gente e inconcepibile che nessuna speranza si scorga all’orizzonte. Nessuna generazione si salva e tutti sono egoisti a modo proprio.

Già in questo romanzo, inoltre, l’autrice propone la rappresentazione distorta della maternità che compare in ogni sua opera, anche se qui pare descritta in via indiretta. La storia, infatti, ha una struttura molto semplice, perché la narrazione è incentrata su Golder e ogni evento è visto attraverso il filtro della sua esperienza; perciò, colui che si presenta come un marito annoiato e padre condiscendente non può che trovare irrilevante il rapporto tra moglie e figlia.

In poche righe la Némirovsky riesce a dipingere una scena completa e attraverso i gesti dei personaggi, la loro teatralità e la loro insofferenza, comprendiamo i tormenti che li caratterizzano e la personalità estrema di ciascuno di essi. I dialoghi la fanno da padrone e sono ciò che consentono al lettore di avere uno sguardo meno parziale sui personaggi: possiamo vedere la moglie per la donna ridicola che è diventata e la figlia per la persona superficiale e approfittatrice che è. C’è quella precisione e quella ricchezza di linguaggio che non si traduce in autoesaltazione che appartiene solo ai grandi autori della letteratura. In questo David Golder riesce, ma è impossibile che si giunga alla fine e che il romanzo sia piaciuto del tutto, perché l’insofferenza e la rabbia che maschera rendono la lettura amara in più punti. Eppure, che un’autrice al suo primo romanzo sia riuscita a trasmettere in pochissime pagine quel disgusto che provava nei confronti delle persone che vi sono rappresentate è una prima testimonianza di quanto la Némirosvky avesse il dono di descrivere la realtà e di essere spietata nella sua rappresentazione e, anche solo per questo, da apprezzare.

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