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Il dominio del fuoco (An Ember In The Ashes) – Sabaa Tahir

 

Quando il fratello di Laia è arrestato ingiustamente, per salvarlo la ragazza si rivolge a un gruppo di rivoluzionari e assume l’incarico di spiare il loro più grande nemico. Dall’altro lato della città, Elias è un giovane e riluttante soldato che ha appena raggiunto il termine del proprio addestramento. Laia sarà inviata a casa di una persona molto vicina a Elias, le loro strade si incroceranno e i due ritroveranno l’uno nell’altro gli ideali in cui credono e che vogliono realizzare. Tutto ciò, mettendo a dura prova la capacità di sopportazione di quel povero lettore che spera per loro e per se stesso che i due scoprano in fretta di amarsi, in modo da farla finita il prima possibile con la storia. E questo perché An Ember In The Ashes (pubblicato in Italia con il titolo Il dominio del fuoco) è, purtroppo, una fonte inesauribile di tedio e frustrazione.

Tralasciando l’ardita scelta dell’autrice di affidare la narrazione ai contrapposti punti di vista di Laia ed Elias, che fin dai primi capitoli si rivela per nulla funzionale alla trama o alla costruzione dei personaggi, il maggior problema del romanzo sono proprio i suoi protagonisti.

A questo punto, vorrei specificare che l’unico motivo per cui ho letto An Ember In The Ashes è perché più volte mi era stato consigliato online, in genere collegando il nome dell’autrice a quello di Pierce Brown (la cui trilogia Red Rising, al contrario, mi è piaciuta particolarmente). Non covavo alte aspettative e, nonostante ciò, il romanzo mi ha delusa. Mi sono sforzata di prenderlo seriamente, ma durante la lettura sembrava quasi che i personaggi aspirassero a essere ridicolizzati. Soprattutto, credo sia un problema se l’unico che ho apprezzato e compreso è Helene, la figura più interessante tra quelle che costituiscono i lati del quadrato amoroso in cui i protagonisti sono invischiati. Laia è una ragazzina petulante, mentre Elias dovrebbe essere un cadetto eccezionale dall’animo nobile e pieno di tormenti interiori, invece è un personaggio irrealistico e appena abbozzato. Gli antagonisti, inoltre, che sono tanti e anche abbastanza ben dipinti, rimangono quasi sempre nascosti, se non per dar prova delle propria cattiveria. E se escludiamo l’attraente quarto lato del quadrato amoroso, tutti gli altri personaggi sono ridotti a figure di sfondo.

Un altro problema del romanzo è che non si riesce a inquadrare il genere cui appartiene, e mi sembra evidente che ciò non sia un’implicita dichiarazione di poetica da parte dell’autrice. Sarebbe impreciso ricondurlo al genere della distopia, dal momento che ciò avrebbe richiesto dei riferimenti storici assenti nel libro; poiché si tratta del primo volume di una trilogia, però, non si può escludere che la questione venga affrontata in seguito. L’improvvisa comparsa di un personaggio con poteri telepatici e la costruzione della città realizzata avendo a modello l’antica Roma potrebbero lasciar intendere che si tratti di un fantasy (anche se a mio parere l’unico vero elemento fantasy di questo romanzo è l’inconsueta sensibilità olfattiva dei personaggi). Il punto è che, se fosse stato evidente l’intento di scrivere un fantasy, avrei potuto perdonare la bidimensionalità dei personaggi e l’astrazione nella descrizione dei rapporti interpersonali; gli stessi elementi, dopotutto, si ritrovano nei libri della Troisi. Lì però sono adottati con consapevolezza: quelli che, infatti, in un diverso genere letterario potrebbero emergere come difetti nella trama e nella descrizione dei personaggi, per il fantasy mostrano coerenza con la scelta del genere. Il fantasy si presta ad avere una molteplicità di personaggi e richiede che tra questi alcuni siano bidimensionali, perché non gli è sconosciuta l’introduzione di personaggi-maschere, funzionali solo ai fini dello svolgimento della trama e dello sviluppo dei protagonisti. Il problema è che in un romanzo che non può essere qualificato come fantasy perché mancano gli elementi essenziali del genere, tale superficialità non può trovare giustificazioni.

Forse l’unico vanto di questo romanzo è legato allo stile di scrittura, che è accessibile e scorrevole, ma anche accurato; spesso si critica la semplicità stilistica di romanzi di questo tipo, ma credo che non debba mai essere dimenticato il pubblico a cui il prodotto è destinato, in genere di età adolescenziale e disabituato a stili letterari complessi. Per questo motivo criticare Hunger Games o Divergent, per prendere due noti esempi, non ha alcun senso se si trascende dal genere a cui appartengono; An Ember In The Ashes si inserisce perfettamente nel solco tracciato da questi, perciò è da elogiare la capacità di rivolgersi al suo pubblico con un linguaggio e uno stile a lui noti.

Devo però ammettere che ho trovato la struttura del romanzo confusionaria e la narrazione in prima persona del tutto illogica: è evidente che questi elementi sono ciò su cui l’autrice ha puntato maggiormente, ma per me rappresentano invece un demerito del libro, perché nulla aggiungono e anzi rendono tutto più confuso di quanto già non sia. La scelta di narrare la trama attraverso il punto di vista di entrambi i protagonisti, infatti, ha come effetto la frammentazione del racconto e la costante necessità di descrivere lo stesso evento sotto due punti di vista differenti, anche a costo di spezzare il ritmo della narrazione. Avevo sperato che almeno ciò fosse compensato da ampie descrizioni o da un’analisi dell’interiorità dei personaggi, invece non ho trovato questi approfondimenti e le descrizioni non esistono se non per specificare quanto tutti siano molto belli e buoni, molto belli e cattivi, o solo insignificanti. A questo punto, una narrazione in terza persona sarebbe risultata più funzionale alla trama, soprattutto se consideriamo che i capitoli sono molto brevi e rendono l’alternanza di narratore ancor più priva di senso.

E’ una lettura semplice e scorrevole e il target di riferimento vi troverà esattamente quello che cerca, ma a me è risultato tutto troppo superficiale. Avrei gradito molto che l’autrice impiegasse quel coraggio che ha mostrato nel trattare argomenti violenti e delicati per scavare più a fondo nei personaggi e per renderli più contraddittori di quanto non siano. Non posso che riporre le mie speranze nel prossimo volume, A Torch Against The Night, ancora inedito in Italia. Sempre che trovi la forza di leggerlo.

Recensione e voto su goodreads

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