Serie TV

Malati d’amore

E’ sicuramente colpa di Master Of None se le mie aspettative sulle serie tv che affrontano gli stereotipi della vita moderna sono cresciute. Aziz Ansari già in altre occasioni si era dimostrato onesto e aperto nell’affrontare la questione della discriminazione tuttora parte della società americana, e sapevo che sarei rimasta soddisfatta da un suo prodotto anche se si fosse rivelato nient’altro che qualche ora di divertente televisione. Non mi aspettavo certo di scoprire la serie che più di ogni altra quest’anno mi avrebbe fatto ridere e riflettere allo stesso tempo.

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Aziz Ansari e Alan Yang mostrano la vita quotidiana di un newyorchese di origine indiana e del suo variegato gruppo di amici. I due giocano con gli stereotipi, si pongono in una posizione di vantaggio dichiarando più volte nel corso della serie che quella che stanno raccontando è la vita in cui una rilevante fetta della popolazione americana può riconoscersi. La loro forza non sta nell’assoluta originalità dell’argomento, ma nel rispetto con cui affrontano questioni tanto note quanto sensibili, nella semplicità con cui si prendono gioco della propria generazione e del mondo dello spettacolo. C’è il discorso della contraccezione e quello sulla genitorialità, la storia d’amore e quella d’amicizia, la scelta di avere un personaggio LGBT tra i protagonisti senza renderlo una macchietta. Non è un caso se l’episodio più famoso sia Genitori, lo stesso che ha pochi giorni fa fruttato ad Ansari e Yang un Emmy. L’onestà con cui due amici rivelano di non sapere nulla dei propri genitori e di aver involontariamente abbandonato le proprie origini in favore di una vita più semplice trascende le nazionalità e le etnie e ci costringe a riflettere su quanto davvero conosciamo della nostra famiglia.


Se Master Of None in pochi episodi mi aveva commossa e coinvolta al punto da ripensare anche dopo mesi ai suoi personaggi e alle situazioni rappresentate, nulla di tutto ciò con altre serie Netflix che mi è capitato di vedere in seguito. In particolare Love, Lovesick e Easy si sono rivelate una delusione dopo l’altra. Per quanto carine, ben costruite e girate, non sono abbastanza originali né coinvolgenti da convincere del tutto. Inoltre, l’ossessione per il cliff-hanger (This is us, che pure consiglio, ne è forse l’esempio più lampante tra le serie in corso) sembra essere diventato più importante della trama stessa e di ciò risentono soprattutto le serie con pochi episodi per stagione.

È probabile che una seconda stagione per ciascuna di queste serie mi porterebbe a rivalutare la prima; se, però, il fine dei produttori era di farmi desiderare di ritrovare i loro personaggi, non si può dire che abbia avuto pienamente successo.

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Love racconta la storia d’amore atipica tra un uomo e una donna con personalità agli antipodi e problemi a relazionarsi con gli altri, che solo per queste ragioni finiscono per stare insieme. Per i dieci episodi ho continuato a chiedermi perché avrei dovuto interessarmi alla vita di due persone così insulse, che scelgono di farsi definire dai propri personali problemi, che mancano del tutto di empatia e sono invece due insopportabili mostri di egoismo. Un finale abbastanza aperto sembra far sperare in un futuro per i due, ma non ci sono motivi perché questo debba rivelarsi radioso e non ancora più deludente.

Ideatori:  Judd Apatow, Lesley Arfin, Paul Rust

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Lovesick (andata in onda su Channel4 nel 2014 con il titolo Scrotal Recall e più tardi approdata su Netflix con il titolo attuale) usa un’idea originale, quella del quasi-trentenne che scopre di avere una malattia venerea e deve perciò riportare alla mente tutte le sue passate relazioni, per raccontare la storia già vista dell’inconsapevole innamoramento tra migliori amici. Il tutto è condito da una generosa dose di buonismo e dalla scelta di affidare la narrazione a figure tradizionali e monodimensionali. Tuttavia, spunti interessanti ci sono e alcuni personaggi, tra cui Anna e Bethany, spiccano per la facilità con cui risultano realistici e a tutto tondo anche con i pochi minuti a loro dedicati.

Ideatore: Tom Edge

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Easy è la serie corale di cui nessuno aveva bisogno, quella che presenta diversi tipi di amore e di relazioni, e che ha il vanto di mostrare un rapporto fraterno verosimile e di inserire una coppia omosessuale con naturalezza. La regia e la sceneggiatura funzionano, ma la serie risente proprio della sua coralità: a ogni coppia è dedicato un episodio da mezz’ora; ciò implica che nel momento in cui inizi a entrare in contatto con i personaggi, altri ne prendono il posto. Negli ultimi episodi si tenta di collegare le trame, ma nessuna trova una conclusione soddisfacente.

Ideatore: Joe Swanberg

 

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