Francesi · Romanzi

“Oh…” – Philippe Djian

 

Prima che Elle di Paul Verhoeven sconvolgesse lo scorso festival di Cannes, non avevo mai sentito parlare di “Oh…”, romanzo del 2012 vincitore del Prix Interallié, da cui è tratto il film. Eppure, il suo autore Philippe Djian, sin dal successo raggiunto con la storia d’amore noir raccontata in 37°2 le matin (titolo in italiano 37°2 al mattino), non ha mai smesso di scrivere e pubblicare.

Ciò che mi ha incuriosita del nuovo romanzo e convinta a leggerlo è stata la difficoltà accusata dalla critica cinematografica nel recensire Elle, in particolare dal momento che trasmettere le emozioni provate durante la visione avrebbe implicato svelare i punti focali della trama.

elle
La locandina del film di Paul Verhoeven

Il libro si apre con la protagonista Michèle che fa inventario delle contusioni e dei danni causati dallo stupro di cui è appena stata vittima; in tal maniera, già dalle prime pagine abbiamo prova della sua forte volontà di non farsi scuotere dagli eventi e forse anche di un’abitudine alla sopportazione. Si susseguono una cena con il figlio e una serie di altri incontri e dialoghi con i vari personaggi del romanzo; nello specifico, ci sono mostrati coloro con cui Michèle intrattiene le relazioni più strette. Senza dubbio, a rappresentare il fulcro del romanzo è questa rete di relazioni, che si rivela sempre più intricata non appena la trama prosegue e ne emergono i retroscena. Tuttavia, per tutto il primo terzo della narrazione nulla sembra davvero essere degno di nota tanto per l’autore quanto per la protagonista, che è più che altro caratterizzata dai rapporti conflittuali con figlio e madre. Michèle emerge come una donna in carriera che sembra volersi sforzare a non cedere agli stereotipi di signora di mezza età, che vede ogni evento nella prospettiva di quanto possa disturbare la sua esistenza; più di ogni altra cosa, però ciò per cui si distingue è il suo modo di navigare nella vita con un’altezzosità e un’antipatia che le impediscono di essere un personaggio umano e accattivante. La si potrebbe giustificare: dopotutto, fin da subito si scoprono i traumi del suo passato, come il fatto che il padre abbia commesso un omicidio di massa quando Michèle aveva sedici anni. Tutto ciò, però, appesantisce il romanzo e si fatica a individuare il motivo per cui in tanti l’abbiano esaltato; soprattutto, non si coglie come possa essere stata traslata in linguaggio cinematografico una trama in cui ciò che accade sono principalmente dialoghi di tenore quotidiano e in cui non c’è nessun evento rilevante tranne quello fondamentale avvenuto fuori scena prima dell’incipit.

Sarà una nuova relazione, quella con un personaggio che compare solo a metà romanzo e che dimostra fin da subito un proverbiale fascino pericoloso, ad accelerare la storia. Ed è dal momento in cui nasce questa relazione che, per caso e per espediente letterario, emergono tutte le complicazioni nelle altre relazioni della vita di Michèle. Il rapporto con l’amante si congela e quello con la migliore amica si incrina come conseguenza inevitabile. Quello con la madre diventa più amaro di quanto già non sia. Soprattutto, il rapporto con suo figlio Vincent si fa più stretto, quando Michèle diventa nonna suo malgrado e i suoi precedenti atteggiamenti si estremizzano. Questa carica e accelerazione che assume il romanzo mi hanno imposto di continuare nella lettura, almeno per scoprire come un groviglio di situazioni tanto complicate potessero risolversi. Non sorprende se alla fine una soluzione di fatto non ci sia e se quella finale risulti tanto inaspettata quanto banale. Quella conclusione, con Vincent che tenta di prendere le redini della vita propria e della madre e Michèle che torna a nascondere ciò che prova veramente, è certo intenzionale, ma a quel punto della trama mi è risultata solo raffazzonata. Soprattutto, sembra non insegnare niente a Michèle, che ritorna a essere quella che era prima, senza affrontare nulla di ciò che le è successo e riprendendo un’esistenza comune e tuttavia non meno in conflitto con la propria interiorità.

La trama è sconvolgente, non c’è dubbio. E’ il motivo per cui appena finito, non riuscivo a credere che quello che stavo leggendo fosse veramente il finale. L’epilogo, da questo punto di vista, non fa altro che rendere l’insoddisfazione ancora più intensa.

Solo nella rilettura si scoprono gli elementi che rendono compatto questo romanzo in apparenza spezzettato e disorganico. La maggiore difficoltà sta nella prima lettura, che non è affascinante, ma difficoltosa, per scelte di stile e di trama: prima di tutto, la decisione di raccontare un mese della vita della protagonista senza una suddivisione in capitoli, semplicemente passando da un quadretto quotidiano all’altro; in secondo luogo, la scelta di trattare in poche pagine temi quali la violenza fisica e psicologica, la genitorialità e la difficoltà a relazionarsi in seguito a un evento traumatico, senza che traspaia un intento formativo dell’autore nei confronti dei personaggi. Non è mai proposta una vera analisi degli eventi, che, presentati così scarni, rilevanti solo per il loro effetto immediato e non per le conseguenze a lungo termine, paiono meri espedienti per giustificare la prosecuzione della trama.

Alla fine, non solo non si tratta di una lettura semplice, ma nulla sembra rimanere del romanzo salvo il senso di pena e antipatia per la protagonista. Un libro che, a detta dell’autore, avrebbe dovuto essere agrodolce, si rivela soltanto amaro e triste.

Recensione e voto su goodreads

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